APPROFONDIMENTO / Storia

Roskopf e l’ancora a spine: l’orologio per tutti

Un orologiaio di La Chaux-de-Fonds volle un orologio che un operaio potesse pagare con meno di una settimana di salario. Ci riuscì togliendo pezzi, e l’ancora a spine riempì le tasche di mezzo mondo.

6 min di lettura4 fontiFonti consultate il 12–29 ottobre 2026

Un orologio costava mesi di lavoro

A metà Ottocento l’orologio da tasca era ancora un oggetto da notaio, da medico, da commerciante agiato. L’orologeria svizzera del Giura funzionava per lo più come lavoro a domicilio: decine di artigiani specializzati realizzavano ciascuno una parte, e un établisseur comprava l’abbozzo del movimento (l’ébauche) e tutti gli altri componenti per farli assemblare. Un sistema capace di grande qualità, ma lento e costoso.

Georges Frédéric Roskopf conosceva bene quel mondo. Nato in Germania nel 1813, arrivò a La Chaux-de-Fonds a sedici anni per lavorare in una ditta di ferramenta e forniture d’orologeria, e solo nel 1833 decise di diventare orologiaio. Si mise in proprio come établisseur, producendo orologi a cilindro e ad ancora per il Nord America e il Belgio: ben fatti, ma poco redditizi. Nel 1850 vendette l’attività.

Fu allora che maturò l’idea per cui lo ricordiamo: un orologio di buona qualità, semplice e solido, che un lavoratore potesse comprare.

Togliere invece di aggiungere

Dal 1860 Roskopf lavorò a un calibro nuovo, il cui obiettivo era un prezzo di vendita di 20 franchi. Il principio era sottrarre tutto ciò che non era indispensabile.

  • Niente ruota di centro. In un movimento tradizionale il bariletto muove la ruota di centro, che porta la lancetta dei minuti. Roskopf usò invece un bariletto molto grande, collocato al centro del movimento, dal cui albero partivano direttamente gli ingranaggi delle lancette. Un treno più corto significa meno ruote, meno perni, meno fori da forare e da allineare.
  • Scappamento su piattaforma. Lo scappamento era montato su una piastrina a sé, regolabile e sostituibile. Il brevetto statunitense del 1868 lo descrive proprio come «intercambiabile»: poteva essere ad ancora a spine, ad ancora tradizionale o a cilindro.
  • Molla senza arresto. Roskopf adottò la molla «libera» brevettata da Adrien Philippe (quello di Patek Philippe), che slitta nel bariletto quando è carica e rende superflui i dispositivi di arresto. Su ogni orologio pagava una royalty.
  • Carica a corona, messa all’ora a dito. Si caricava dalla corona, come gli orologi moderni, mentre le lancette si spostavano con una semplice pressione.

L’ancora a spine

Orologio da tasca «La Prolétaire» di Roskopf, prima serie, con cassa in argentone, fotografato al Deutsches Uhrenmuseum.

«La Prolétaire», l’orologio di Roskopf della prima serie (La Chaux-de-Fonds, 1870 circa), con cassa in argentone.

Il cuore economico del progetto era lo scappamento. In un’ancora svizzera classica le due palette sono pietre di rubino tagliate con angoli precisissimi: la faccia di riposo e il piano d’impulso vanno rifiniti e regolati a mano, un lavoro lungo e costoso.

Nell’ancora a spine le palette sono sostituite da due piccoli perni d’acciaio verticali. Tutta la geometria che nell’ancora tradizionale sta nelle palette viene trasferita nella forma dei denti della ruota di scappamento, che si può produrre in serie con una sola fresatura. Il principio resta lo stesso dell’ancora libera: il bilanciere riceve l’impulso, poi oscilla libero, e lo scappamento riparte da solo dopo un urto.

Il prezzo da pagare è l’attrito. Acciaio contro acciaio scorre peggio di acciaio contro rubino, i perni si consumano più in fretta e le tolleranze più larghe rendono la marcia meno costante. Per contenere i costi, gli orologi a spine erano spesso privi di rubini o ne avevano uno solo.

Neanche l’ancora a spine era un’idea nuova. L’aveva proposta nel 1798 Louis Perron, orologiaio di Besançon, e Roskopf la riprese per il suo calibro. Il suo merito fu farne un prodotto industriale.

Contro tutti, poi con tutti

Movimento di un orologio da tasca «sistema Roskopf» di fine Ottocento, con il grande bariletto centrale.

Un orologio da tasca «système Roskopf» di fine Ottocento.

Jebulon / Wikimedia CommonsCC BY-SA 3.0 · Immagine ridimensionata

Gli artigiani del Giura accolsero il progetto con indifferenza, e in qualche caso con ostilità. Secondo la storia tramandata, nel 1866 due fornitori rifiutarono di produrre per Roskopf gli abbozzi e gli scappamenti, proprio perché troppo diversi da ciò che erano abituati a fare. Roskopf trovò alla fine un’altra strada: abbozzi e casse dalla Malleray Watch Co., componenti da diversi fabbricanti e assemblaggio a Damprichard, nel Doubs francese.

Il primo ordine fu di 2.000 pezzi. Il «Prolétaire» uscì nel 1867, e nel 1870 Roskopf aveva già ordinato 20.000 abbozzi. Brevettò l’orologio in Belgio (1867), in Francia e negli Stati Uniti (1868), ma non in Svizzera: il Paese non aveva ancora un sistema di brevetti.

La svolta arrivò grazie a un nome illustre. Con l’appoggio della casa Breguet di Parigi, Roskopf presentò il suo orologio all’Esposizione universale del 1868 e ottenne una medaglia di bronzo; l’anno dopo, ad Amsterdam, una d’argento. Breguet stessa cominciò a ordinargli movimenti. Nel 1870 presentò una seconda versione con meccanismo di messa all’ora, venduta a 25 franchi, con ancora meno componenti.

Nel 1873 Roskopf cedette l’attività ai fratelli Wille e ai loro soci. Quando morì, nel 1889, diverse ditte si contendevano il titolo di suoi veri successori, e l’orologio «tipo Roskopf» era ormai prodotto da molte fabbriche svizzere. Per costare davvero poco dovevano essere fatti a macchina il più possibile: abbandonarono la piattaforma e montarono l’ancora a spine direttamente sulla platina.

L’ancora a spine conquista il mondo

Negli Stati Uniti la stessa logica produsse l’orologio «da un dollaro». Nel 1896 la Ingersoll mise in vendita lo Yankee a un dollaro, il primo orologio venduto a quel prezzo. Dopo la prima guerra mondiale, quando l’orologio da polso sostituì quello da tasca, l’ancora a spine passò senza difficoltà ai nuovi formati economici, e ci rimase fino agli anni Settanta, quando il quarzo cancellò in pochi anni l’intero segmento. Ancora oggi è lo scappamento di molte sveglie, timer da cucina e orologi da tavolo meccanici.

È difficile sopravvalutarne l’effetto sociale. Per la prima volta operai, contadini, soldati e ferrovieri potevano portare con sé l’ora esatta, o quasi. La puntualità moderna, dei turni in fabbrica e degli orari ferroviari, si è appoggiata anche su questi orologi semplici e onesti.

Consigli pratici

In pratica, con il tuo orologio

  • Riconoscere un movimento a spine. Sul quadrante o sul movimento compare spesso «Roskopf», «Pin lever» o «Anker 1 Stein». Aprendo il fondello, guardate l’ancora: al posto delle due pietre rosse ci sono due piccoli perni d’acciaio lucido. Spesso il movimento ha pochi rubini o nessuno.
  • Il valore è spesso storico, non economico. Fanno eccezione gli esemplari della prima serie firmati Roskopf, i modelli con quadranti decorati e le marche ricercate. Per gli altri, una revisione può costare più dell’orologio: decidete prima se il valore affettivo la giustifica.
  • Revisionabili, con giudizio. I perni consumati si possono talvolta sostituire o lucidare, ma i ricambi sono scarsi. Un orologiaio onesto vi dirà se il movimento è recuperabile prima di smontarlo tutto.
  • Diffidate dei «Roskopf» rinominati. La parola compare su moltissimi orologi di produttori diversi, non solo sugli originali del fondatore. Per un esemplare antico verificate firma, cassa e caratteristiche del calibro.

Domande frequenti

Roskopf ha inventato l’ancora a spine?
No: l’idea è attribuita a Louis Perron di Besançon, nel 1798. Roskopf la scelse per il suo orologio e ne fece la base di un prodotto industriale, tanto che oggi lo scappamento porta il suo nome.
Un orologio a spine è meno preciso di uno ad ancora con rubini?
In media sì: l’attrito acciaio su acciaio e le tolleranze più larghe rendono la marcia meno stabile e l’usura più rapida. Un esemplare ben tenuto può comunque segnare l’ora in modo più che adeguato all’uso quotidiano.
Vale la pena collezionarli?
Sì, se vi interessa la storia sociale dell’orologio: raccontano come il tempo misurato sia diventato accessibile a tutti. Per il valore di mercato contano soprattutto la firma originale, la prima serie e lo stato di conservazione.

Fonti

  1. Wikipedia (en) — Georges Frederic Roskopf
  2. Wikipedia (en) — Pin-pallet escapement
  3. Wikipedia (en) — Ingersoll Watch Company
  4. Deutsches Uhrenmuseum, Furtwangen — schede fotografiche dell’orologio «La Prolétaire», prima serie