APPROFONDIMENTO / Storia

La crisi del quarzo: come l’orologeria svizzera rischiò di scomparire

Un cristallo che vibra 8.192 volte al secondo, un franco che raddoppia di valore, un’industria divisa in centinaia di piccole aziende: perché fra il 1970 e il 1985 la Svizzera perse due terzi dei suoi orologiai, e come ne è uscita.

8 min di lettura8 fontiFonti consultate il 12–29 ottobre 2026

Il paradosso svizzero

Il movimento al quarzo Beta 21 visto dal lato del quadrante.

Il Beta 21, il primo calibro al quarzo svizzero prodotto in serie, presentato alla fiera di Basilea del 1970.

Per raccontare la crisi del quarzo bisogna partire da un paradosso: gli svizzeri non arrivarono tardi al quarzo. Arrivarono presto, ma non seppero farne un’industria.

Nel 1962 una ventina di aziende orologiere fondarono a Neuchâtel il Centre Électronique Horloger (CEH), con l’obiettivo di sviluppare un orologio da polso al quarzo svizzero. Il gruppo Ebauches SA, il futuro nucleo di ETA, ne era il maggiore azionista. Nel 1967 il CEH presentò i suoi prototipi, i Beta 1 e Beta 2, al concorso dell’osservatorio di Neuchâtel: per la prima volta degli orologi da polso al quarzo gareggiavano contro i migliori cronometri meccanici. Nello stesso concorso Seiko presentò i suoi.

Nel 1970, alla fiera di Basilea, debuttò il calibro industriale Beta 21, prodotto in alcune migliaia di esemplari e venduto con i marchi di diverse case, fra cui Omega con l’Electroquartz. Nel 1971 Girard-Perregaux presentò il calibro 350, con un quarzo a 32.768 Hz: è la frequenza che usano ancora oggi quasi tutti gli orologi al quarzo.

L’Astron

Il Seiko Quartz Astron del 1969 con cassa in oro, conservato al Deutsches Uhrenmuseum.

Un Seiko Astron calibro 35A del 1969, uno dei cento venduti a Tokyo nel Natale di quell’anno.

Seiko lavorava al quarzo da tempo. Nel 1964 un suo orologio portatile al quarzo, il Crystal Chronometer QC-951, era servito da cronometro di riserva per la maratona olimpica di Tokyo. Il 25 dicembre 1969, dopo dieci anni di ricerca nella consociata Suwa Seikosha (l’attuale Seiko Epson), presentò a Tokyo il Quartz Astron 35SQ.

Era un oggetto da sogno e da élite: cassa in oro 18 carati, un prezzo di 450.000 yen, pari a un’automobile di media cilindrata. Cento esemplari furono venduti in una settimana. Dentro c’erano tre innovazioni chiave: un oscillatore al quarzo a 8.192 Hz, un circuito integrato ibrido e un minuscolo motore passo-passo per muovere le lancette. La precisione dichiarata era di ±5 secondi al mese, un minuto all’anno, e la pila durava almeno un anno. Oggi l’Astron è nella lista dei Milestones dell’IEEE, le pietre miliari dell’ingegneria elettrica.

Come funziona un orologio al quarzo

Il principio è semplice da enunciare. Un piccolo cristallo di quarzo, tagliato a forma di diapason, ha una proprietà chiamata piezoelettricità: se lo si sottopone a una tensione elettrica, vibra, e vibrando genera a sua volta una tensione. Inserito in un circuito alimentato da una pila, oscilla con una regolarità straordinaria, a una frequenza fissata dal taglio.

Un circuito integrato conta queste oscillazioni e, ogni volta che ne ha contate un numero prestabilito, manda un impulso a un motore passo-passo che fa avanzare la lancetta dei secondi. Con 32.768 oscillazioni al secondo, cioè 2 alla quindicesima, bastano quindici divisioni per due per ottenere esattamente un impulso al secondo.

La differenza con un orologio meccanico è di ordini di grandezza. Un bilanciere oscilla 3 o 4 volte al secondo; un quarzo decine di migliaia di volte, ed è molto meno sensibile a posizione, urti e stato di carica. Un orologio al quarzo comune sbaglia di qualche secondo al mese; un buon meccanico di qualche secondo al giorno.

Perché la Svizzera andò in crisi

Fino agli anni Sessanta la Svizzera dominava il mercato mondiale degli orologi. Durante la seconda guerra mondiale la neutralità le aveva permesso di continuare a produrre mentre le industrie degli altri Paesi lavoravano per la guerra; nel dopoguerra controllava circa metà del mercato mondiale. Poi, nel giro di dieci anni, tutto cambiò. Le cause furono almeno tre.

1. I cambi. Con gli accordi di Bretton Woods il franco era rimasto per un quarto di secolo agganciato al dollaro a circa 4,3 franchi per dollaro: un cambio debole che rendeva gli orologi svizzeri molto competitivi. Nel 1971 gli Stati Uniti sospesero la convertibilità del dollaro in oro; nel 1973 quasi tutte le valute europee fluttuavano liberamente. Il franco si apprezzò rapidamente: 2,5 per dollaro nel 1975, un record di 1,5 nell’ottobre 1978. Secondo Europa Star, un orologio svizzero costava sul mercato americano, nel 1978, circa tre volte quanto costava dieci anni prima.

2. La struttura dell’industria. Decenni di cartelli e di statuto orologiero, di cui parliamo nell’articolo su ETA, avevano protetto centinaia di piccole aziende specializzate. Era un sistema capace di qualità altissima, ma non di produrre in grande serie e a basso costo. Quando arrivò la concorrenza, non c’era modo di riorganizzarsi in fretta.

3. La tecnologia. Il quarzo cambiò le regole: la parte più costosa e difficile di un orologio non era più la meccanica di precisione, in cui la Svizzera eccelleva, ma l’elettronica, in cui primeggiavano Stati Uniti e Giappone. Aziende americane come Texas Instruments, Fairchild e National Semiconductor si misero a produrre orologi digitali, prima a LED, come il Pulsar presentato da Hamilton nel 1970, e poi a cristalli liquidi, facendone crollare i prezzi. Seiko, Citizen e poi Casio fecero lo stesso con gli orologi analogici e digitali. Nel 1978 gli orologi al quarzo superarono quelli meccanici per numero di pezzi venduti, e Hong Kong divenne il primo esportatore mondiale di orologi elettronici.

I numeri della crisi

Il risultato fu un tracollo. Fra il 1970 e il 1983 il numero delle aziende orologiere svizzere scese da circa 1.600 a 600; fra il 1970 e la fine degli anni Ottanta gli addetti passarono da circa 90.000 a meno di 30.000. Interi paesi del Giura, che vivevano di orologeria da generazioni, persero la loro industria. Marchi famosi chiusero o furono venduti; altri, come Zenith o il Valjoux 7750, rischiarono di perdere per sempre attrezzi e competenze. All’inizio degli anni Ottanta i due grandi gruppi svizzeri, l’ASUAG e la SSIH, erano entrambi vicini al fallimento.

La risposta: Swatch

La svolta arrivò proprio dal quarzo, e da chi lo aveva capito meglio. Alla ETA, guidata dal 1978 da Ernst Thomke, gli ingegneri Elmar Mock e Jacques Müller progettarono un orologio radicalmente semplice: cassa in plastica saldata, che serviva anche da platina, appena 51 componenti contro i circa 90 di un orologio tradizionale, montaggio interamente automatico. Non si riparava: si comprava, si portava, si cambiava come un accessorio di moda.

La Swatch, da Swiss watch o second watch secondo le versioni, fu lanciata fra il 1982 e il 1983. In meno di due anni se ne vendettero oltre 2,5 milioni. Nel frattempo, nel marzo 1983, l’ASUAG e la SSIH si fusero su indicazione del consulente Nicolas G. Hayek; il nuovo gruppo prese il nome di SMH e, nel 1998, di Swatch Group. Oggi è il più grande produttore di orologi del mondo.

La rinascita della meccanica

L’altra strada fu opposta. Proprio mentre il quarzo rendeva l’ora esatta accessibile a tutti, l’orologio meccanico smise di essere uno strumento e diventò un oggetto di valore: artigianato, storia, tradizione. Alcune case di alta gamma, come Blancpain, IWC e Jaeger-LeCoultre, resistettero puntando proprio su questo. Dalla seconda metà degli anni Ottanta la meccanica tornò con forza, con complicazioni come i calendari perpetui e i tourbillon, e calibri che sembravano dimenticati, come l’El Primero di Zenith e il Valjoux 7750, ripresero vita.

È curioso che il termine «crisi del quarzo» sia di molto successivo agli eventi: secondo Europa Star comparve sulle sue pagine solo nel 1993. Fuori dalla Svizzera, soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, lo stesso periodo si chiama «rivoluzione del quarzo».

Una storia in date

AnnoEvento
1960Bulova lancia l’Accutron, a diapason, progettato dallo svizzero Max Hetzel
1962Fondazione del Centre Électronique Horloger a Neuchâtel
1967Prototipi al quarzo del CEH e di Seiko al concorso di Neuchâtel
196925 dicembre: Seiko Quartz Astron 35SQ
1970Beta 21 a Basilea; Hamilton presenta il Pulsar digitale
1971Fine della convertibilità del dollaro; Girard-Perregaux calibro 350 a 32.768 Hz
1978Il quarzo supera la meccanica; franco a 1,5 per dollaro
1979ETA presenta il Delirium, il quarzo più sottile del mondo
1982–1983Nasce la Swatch
1983Fusione ASUAG-SSIH, origine dello Swatch Group

Consigli pratici

In pratica, con il tuo orologio

  • I primi quarzi sono pezzi da collezione. Beta 21, Astron, Omega Megaquartz, i primi LED: oggi sono ricercati. Ma l’elettronica d’epoca è difficile da riparare, perché molti circuiti e bobine non si producono più. Prima di comprare, chiedete se funziona e chi lo può riparare.
  • Pile e perdite. Una pila scarica lasciata a lungo in un orologio al quarzo può perdere liquido e corrodere il circuito. Se un quarzo vintage è fermo, toglietela.
  • Un meccanico degli anni Settanta racconta la crisi. Molti orologi svizzeri di quegli anni montano movimenti economici, prodotti in fretta da aziende in difficoltà. Altri, al contrario, sono gli ultimi esemplari di calibri eccellenti poi abbandonati. Conoscere la storia del calibro aiuta a capire che cosa si sta comprando.
  • Swatch d’epoca. Le prime Swatch sono collezionate, ma non sono riparabili come un orologio tradizionale: la cassa è saldata. Il valore dipende dallo stato e dalla rarità del modello.

Domande frequenti

Gli svizzeri non credevano nel quarzo?
È una semplificazione. Gli svizzeri lavoravano al quarzo dagli anni Sessanta, e il CEH presentò prototipi molto precisi già nel 1967. Il problema fu industriale ed economico: un’industria frammentata e un franco sempre più forte resero impossibile competere sui prezzi con l’elettronica giapponese e americana.
Qual è stato il primo orologio al quarzo?
Il primo da polso venduto al pubblico è il Seiko Quartz Astron, presentato a Tokyo il 25 dicembre 1969. Prima esistevano prototipi, svizzeri e giapponesi, e orologi elettrici o a diapason come l’Accutron.
La crisi del quarzo è finita?
Per l’industria svizzera sì: dalla fine degli anni Ottanta l’orologeria è tornata a crescere, puntando sulla fascia alta e sulla meccanica. Ma non è più tornata ai volumi del 1970: per numero di pezzi, la grande maggioranza degli orologi del mondo oggi è al quarzo o digitale.

Fonti

  1. Wikipedia (en) — Quartz crisis
  2. Wikipedia (en) — Astron (wristwatch)
  3. Europa Star — Debunking the quartz crisis
  4. ETA SA — History (sito ufficiale)
  5. Swatch Group — Swatch Group history (sito ufficiale)
  6. Dizionario storico della Svizzera (HLS/DHS/DSS) — voce Horlogerie
  7. VO+ — Beta-21, Utopian Collector’s Item
  8. The Hour Markers — When Seiko shocked Switzerland: the first quartz